(Lotta con ) La presenza
(1971)
Era
una casa piena di lamenti, di dolorosi suoni umani, disabitata, poco distante
da una collina, in una pianura esposta al vento, molte volte l’ho girata tutta,
da sotto a sopra, alla ricerca di questa persona che sentivo piangere, ma mai
nessuno ho trovato. Cominciai a dubitare degli oggetti e ad avere la certezza
gelida che nel legno inerte, nella pietra dei pavimenti e delle mura un’anima
si lamentava, l’unico richiamo che le fosse possibile. Volevo esserle d’aiuto
ma pur sentendo la sua presenza, non riuscivo a localizzarla. Ogni tentativo
aumentava la mia angoscia, perché di giorno in giorno impiegavo sempre più del
mio tempo a pensare quest’anima che avevo all’intorno. Non era sempre lo stesso
lamento ed il luogo dove nasceva cambiava; era in un lume, ora in un angolo,
ora in una porta, ora nel corridoio, ora dietro la porta della mia stanza , ora
era la voce di un bambino, ora dei passi, ora una musica, ora un fruscio di
venti, ora un canto, tutti avevano nota comune il lamento, il dolore, il
pianto, espressioni, linguaggio di una sola voce. La presenza rimase silenziosa
per parecchi giorni, ed ebbi paura, perché la sentivo intorno a me crescere,
svilupparsi ed ebbi la sensazione, che brillò come una stella in un cielo nero,
un avvertimento amico, che mi fosse ostile, il suo fine fosse distruggermi per
godere della solitudine che avevo occupato come un suo fertile territorio.
Cominciai a soffrire come uno che si sentiva spiato, perché all’anima erano
spuntati due grossi occhi che non vedevo, ma sentivo dietro di me pesanti come
scudi. Un giorno improvvisamente scoprii che avvertivo la presenza dell’anima
soltanto come suono per le mie capacità ristrette, come se avessi unicamente il
senso dell’udito e le altre quattro porte fossero chiuse. Ora cominciava a
bussare alla porta del tatto, forse l’avrei aperta, per ora era socchiusa,
l’avvertivo come oppressione. Ero curioso di conoscerla anche nelle sue altre
dimensioni, ma per ora ero cieco, senza odorato e senza gusto verso di essa.
Una curiosità incosciente, senza paura, febbrile, una curiosità scientifica.
Ben presto si aprì alla mia vista, come mi ero aspettato, la presenza era un
vedere negativo. Primo, non vedevo più spazio intorno a me. Mi sentivo chiuso
come in un cubo trasparente di ghiaccio che lamentosamente scricchiolava, mi
opprimeva, mi impediva di muovermi. Capii che dovevo fuggire, un’unica
soluzione per la salvezza, la <<presenza>> stava
distruggendomi. Intuiva che stavo per soccombere, io intuivo la sua
soddisfazione e questa intuizione mi provocava nella mente immagini
fantastiche, costruita con mostruose evocazioni, di una bestia orripilante
dalla grande bocca. Intuirci era il nostro astratto modo di comunicare. Un
comunicare nemico simile a quello di due soldati che si sparino da opposte
posizioni. Cominciai a chiedermi perché fosse così. Capii che non era
razionale, voluta come può essere un’azione umana, ma della sua natura, come la
decisione dell’erba di crescere dritta e verde. La logica consigliava di
chiedere aiuto, l’aiuto di qualsiasi qualcuno ma non ne avevo voglia, o meglio,
era puerile orgoglio. Chiedi e ti sarà dato, ricordai la frase del Vangelo ma
non sapevo a chi porgere il “chiedi”. Intorno a me scomparivano tutti. I miei
pensieri si aprivano alla <<presenza>> e si chiudevano al mondo, morivo. ( Salvatore Iervolino ©)
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