Translate

mercoledì 5 luglio 2017


(Lotta con ) La presenza

(1971)

Era una casa piena di lamenti, di dolorosi suoni umani, disabitata, poco distante da una collina, in una pianura esposta al vento, molte volte l’ho girata tutta, da sotto a sopra, alla ricerca di questa persona che sentivo piangere, ma mai nessuno ho trovato. Cominciai a dubitare degli oggetti e ad avere la certezza gelida che nel legno inerte, nella pietra dei pavimenti e delle mura un’anima si lamentava, l’unico richiamo che le fosse possibile. Volevo esserle d’aiuto ma pur sentendo la sua presenza, non riuscivo a localizzarla. Ogni tentativo aumentava la mia angoscia, perché di giorno in giorno impiegavo sempre più del mio tempo a pensare quest’anima che avevo all’intorno. Non era sempre lo stesso lamento ed il luogo dove nasceva cambiava; era in un lume, ora in un angolo, ora in una porta, ora nel corridoio, ora dietro la porta della mia stanza , ora era la voce di un bambino, ora dei passi, ora una musica, ora un fruscio di venti, ora un canto, tutti avevano nota comune il lamento, il dolore, il pianto, espressioni, linguaggio di una sola voce. La presenza rimase silenziosa per parecchi giorni, ed ebbi paura, perché la sentivo intorno a me crescere, svilupparsi ed ebbi la sensazione, che brillò come una stella in un cielo nero, un avvertimento amico, che mi fosse ostile, il suo fine fosse distruggermi per godere della solitudine che avevo occupato come un suo fertile territorio. Cominciai a soffrire come uno che si sentiva spiato, perché all’anima erano spuntati due grossi occhi che non vedevo, ma sentivo dietro di me pesanti come scudi. Un giorno improvvisamente scoprii che avvertivo la presenza dell’anima soltanto come suono per le mie capacità ristrette, come se avessi unicamente il senso dell’udito e le altre quattro porte fossero chiuse. Ora cominciava a bussare alla porta del tatto, forse l’avrei aperta, per ora era socchiusa, l’avvertivo come oppressione. Ero curioso di conoscerla anche nelle sue altre dimensioni, ma per ora ero cieco, senza odorato e senza gusto verso di essa. Una curiosità incosciente, senza paura, febbrile, una curiosità scientifica. Ben presto si aprì alla mia vista, come mi ero aspettato, la presenza era un vedere negativo. Primo, non vedevo più spazio intorno a me. Mi sentivo chiuso come in un cubo trasparente di ghiaccio che lamentosamente scricchiolava, mi opprimeva, mi impediva di muovermi. Capii che dovevo fuggire, un’unica soluzione  per la salvezza,  la <<presenza>> stava distruggendomi. Intuiva che stavo per soccombere, io intuivo la sua soddisfazione e questa intuizione mi provocava nella mente immagini fantastiche, costruita con mostruose evocazioni, di una bestia orripilante dalla grande bocca. Intuirci era il nostro astratto modo di comunicare. Un comunicare nemico simile a quello di due soldati che si sparino da opposte posizioni. Cominciai a chiedermi perché fosse così. Capii che non era razionale, voluta come può essere un’azione umana, ma della sua natura, come la decisione dell’erba di crescere dritta e verde. La logica consigliava di chiedere aiuto, l’aiuto di qualsiasi qualcuno ma non ne avevo voglia, o meglio, era puerile orgoglio. Chiedi e ti sarà dato, ricordai la frase del Vangelo ma non sapevo a chi porgere il “chiedi”. Intorno a me scomparivano tutti. I miei pensieri si aprivano alla <<presenza>>  e si chiudevano al mondo, morivo. ( Salvatore Iervolino ©)

Nessun commento:

Posta un commento