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sabato 1 luglio 2017



IL COMPITO DELL'ARTISTA


Il compito dell’artista, in un mondo che sembra aver rinunziato a pensare, è  di recuperare questa funzione, l’unica a distinguere l’uomo dalle bestie.

L’ Arte ritorna come ai tempi rinascimentali ad essere sorella carnale della Scienza, trova soluzioni mai definitive tra le tante possibili. Si ferma su una soluzione il tempo per riprendere fiato e ripartire. L’artista è un viaggiatore fra le dimensioni del macrocosmo e del microcosmo. Quanto trova è trasformato in linguaggio. Il contenuto non si limita al messaggio ma impregnato di energia ne trasmette a quanti si pongono di fronte all’opera senza le barriere materialiste dell’Ego. L’artista cerca la comunanza degli spiriti al di là dello spazio e del tempo. E’ sacerdote di rituali laici senza liturgie e dogmi per chi ama l’uomo e vuole conservarlo libero. Cerca la sua strada evitando vie maestre. L’artista idealmente brucia le foreste cartacee della Scienza, cerca il sapere per diventare ignorante, conosce le accademie per evitarle, ribalta le cattedre, abbatte i pulpiti. Vuole carta bianca, fa tabula rasa e terra bruciata del suo sapere, ridotto a combustibile per il suo incendio. Da ignorante infatti non avrebbe nulla da bruciare e niente con cui fare fuoco e fiamme. L’artista è la fenice della Scienza, rinasce ogni volta dalle sue ceneri.

Per essere artista occorre ritornare bambini, morire restando vivi e nascere morendo ogni giorno. Non è stato Cristo a dire: Se non diventate come i bambini non entrerete nel Regno dei Cieli. ( Vangelo secondo Matteo 18,3 ) ? Probabilmente Picasso più di qualsiasi altro artista è riuscito in questo intento.  Le opere dipinte da questo artista  nei dieci anni prima della morte, ancora esposte a Padova a Palazzo Zabarella, ne sono una evidente riprova. A novantanni Picasso dipingeva con la freschezza, la spontaneità e la “sapienza” di un bambino dell’asilo infantile. L’arte non è altro che ritorno alle origini, al di là del bene e del male, alla libertà precedente il peccato originale.

Il mondo è pieno di opere d’arte brutte perché fatte da “adulti”, da maestri e professori d’Accademia, troppo poco “infantili” per essere vere, mancano d’innocenza, sono piene di malizia e per questo non entreranno mai nel “Regno dei cieli”.  Solo la bellezza innocente fatta di verità entra in Paradiso.   

        Ho dovuto vivere molti secoli prima di ridiventare bambino, invecchiare di mille anni per conquistare la giovinezza. Nel 1962, a dodici anni, dipinsi un acquerello ispirandomi alle pitture rupestri tracciate in una grotta di Altamira da uno sconosciuto artista paleolitico. L’opera fu premiata in un concorso tra gli allievi della scuola per la sua originalità. Inconsapevolmente avevo seguito il suggerimento di Gaudì e trovato la mia strada: L’originalità è il ritorno alle origini. Non rinunciai più al piacere alchemico di trasformare l’inerte materia dandole un’identità fatta non solo di forma ma anche di anima. Infatti l’opera è capace di “parlare”, di avere un proprio destino, di esercitare un “potere magico” direttamente proporzionale a quello del suo autore. Le energie dell’artista, infatti, si trasferiscono sulla sua opera. Questo spiega la forza attrattiva di tanti capolavori.
            L’ambizione massima di ogni artista resta, alla fine, una soltanto, essere artista di sé stessi. Ogni vero artista si dedica ad una sola grande opera, la propria vita, da presentare al suo unico committente: Dio. Questa è opera seria, tutto il resto è gioco, solo orme sulla sabbia in riva al mare dell’esistenza, solo ombre sul sipario del cielo cangiato dal tempo.
 SALVATORE IERVOLINO©

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