IL COMPITO DELL'ARTISTA
Il compito dell’artista, in un
mondo che sembra aver rinunziato a pensare, è
di recuperare questa funzione, l’unica a distinguere l’uomo dalle
bestie.
L’ Arte ritorna come ai tempi
rinascimentali ad essere sorella carnale della Scienza, trova soluzioni mai
definitive tra le tante possibili. Si ferma su una soluzione il tempo per
riprendere fiato e ripartire. L’artista è un viaggiatore fra le dimensioni del
macrocosmo e del microcosmo. Quanto trova è trasformato in linguaggio. Il
contenuto non si limita al messaggio ma impregnato di energia ne trasmette a
quanti si pongono di fronte all’opera senza le barriere materialiste dell’Ego.
L’artista cerca la comunanza degli spiriti al di là dello spazio e del tempo.
E’ sacerdote di rituali laici senza liturgie e dogmi per chi ama l’uomo e vuole
conservarlo libero. Cerca la sua strada evitando vie maestre. L’artista
idealmente brucia le foreste cartacee della Scienza, cerca il sapere per
diventare ignorante, conosce le accademie per evitarle, ribalta le cattedre, abbatte
i pulpiti. Vuole carta bianca, fa tabula rasa e terra bruciata del suo sapere,
ridotto a combustibile per il suo incendio. Da ignorante infatti non avrebbe
nulla da bruciare e niente con cui fare fuoco e fiamme. L’artista è la fenice
della Scienza, rinasce ogni volta dalle sue ceneri.
Per essere artista occorre
ritornare bambini, morire restando vivi e nascere morendo ogni giorno. Non è
stato Cristo a dire: Se non diventate come i bambini non entrerete nel Regno
dei Cieli. ( Vangelo secondo Matteo 18,3 ) ? Probabilmente Picasso più di
qualsiasi altro artista è riuscito in questo intento. Le opere dipinte da questo artista nei dieci anni prima della morte, ancora
esposte a Padova a Palazzo Zabarella, ne sono una evidente riprova. A
novantanni Picasso dipingeva con la freschezza, la spontaneità e la “sapienza”
di un bambino dell’asilo infantile. L’arte non è altro che ritorno alle
origini, al di là del bene e del male, alla libertà precedente il peccato
originale.
Il mondo è pieno di opere
d’arte brutte perché fatte da “adulti”, da maestri e professori d’Accademia,
troppo poco “infantili” per essere vere, mancano d’innocenza, sono piene di
malizia e per questo non entreranno mai nel “Regno dei cieli”. Solo la bellezza innocente fatta di verità
entra in Paradiso.
Ho dovuto
vivere molti secoli prima di ridiventare bambino, invecchiare di mille anni per
conquistare la giovinezza. Nel 1962, a dodici anni, dipinsi un acquerello
ispirandomi alle pitture rupestri tracciate in una grotta di Altamira da uno sconosciuto
artista paleolitico. L’opera fu premiata in un concorso tra gli allievi della
scuola per la sua originalità. Inconsapevolmente avevo seguito il suggerimento
di Gaudì e trovato la mia strada: L’originalità è il ritorno alle origini.
Non rinunciai più al piacere alchemico di trasformare l’inerte materia dandole
un’identità fatta non solo di forma ma anche di anima. Infatti l’opera è capace
di “parlare”, di avere un proprio destino, di esercitare un “potere magico”
direttamente proporzionale a quello del suo autore. Le energie dell’artista,
infatti, si trasferiscono sulla sua opera. Questo spiega la forza attrattiva di
tanti capolavori.
L’ambizione massima di
ogni artista resta, alla fine, una soltanto, essere artista di sé stessi. Ogni
vero artista si dedica ad una sola grande opera, la propria vita, da presentare
al suo unico committente: Dio. Questa è opera seria, tutto il resto è gioco,
solo orme sulla sabbia in riva al mare dell’esistenza, solo ombre sul sipario
del cielo cangiato dal tempo.
SALVATORE IERVOLINO©
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